La chimica del latino

«Una lingua morta con poche ricadute pratiche e che andrebbe abolita in favore dell’informatica o dell’insegnamento di una lingua orientale».

Se proponessimo un sondaggio sull’attuale percezione del latino, il risultato credo non si discosterebbe molto dalla provocazione che ho lanciato a inizio articolo.

Lo studio della lingua di Roma, in Italia, sta subendo un crollo duraturo e inesorabile, come dimostra il calo delle iscrizioni ai licei classici e l’avanzare (in termini di iscritti) di due indirizzi, “Scienze applicate” e “Scienze umane opzione economico-sociale”, liberati dal peso “impossibile” del latino, che ha lasciato lo spazio rispettivamente a un potenziamento delle Scienze e alla seconda lingua straniera.

Difficile e complessa è anche la situazione nell’attuale liceo linguistico post-riforma Gelmini in cui, nelle due ore settimanali del biennio, si dovrebbe (condizionale d’obbligo) fornire una preparazione tale da consentire la lettura di «testi d’autore debitamente annotati» (Indicazioni Nazionali dei Licei). I colleghi, impegnati come me in questo impegnativo agone, sanno che le strade da intraprendere possono essere due: continuare a insegnare latino in modo tradizionale,  oppure chiudere uno (o due) occhi e ridurre drasticamente le pretese, svilendo una disciplina altamente formativa. Non vanno dimenticate neppure le derive (a mio avviso folcloristiche) di chi applica in modo più o meno esteso il “metodo natura”, entrando in classe parlando latino sulla base di manuali (l’Ørberg, per intenderci) scritti interamente in un latino irreale e fittizio.

Così, desideroso di una vita alternativa, ma scientificamente rigorosa, ho deciso di partecipare nel febbraio 2018 a un progetto del CQIA (Centro per la Qualità dell’Insegnamento e dell’Apprendimento) dell’Università di Bergamo, che proponeva ai docenti di lettere un percorso di aggiornamento metodologico per l’insegnamento dell’italiano e del latino tramite il metodo valenziale. Avevo studiato la grammatica delle dipendenze durante il percorso abilitante, ma solo a livello teorico: ora ci veniva data la possibilità di una “full immersion” nella metodologia e la possibilità di collaborare con due docenti di liceo esperti, che avevano pubblicato libri di testo su questo modello e applicava la grammatica delle valenze con successo in un prestigioso liceo bergamasco.

Ma cosa è la grammatica delle valenze? Una metodologia proposta nel lontano 1959 da Lucien Tesnière, linguista francese che, mettendo a frutto le sue conoscenze delle lingue classiche, romanze, germaniche e slave, ebbe l’ambizione di fondare una teoria generale della sintassi. Questo elemento mi ha portato a pensare che forse questo era il metodo più adatto per insegnare il latino in un liceo linguistico, indirizzo nel quale gli studenti, oltre alla lingua dei Romani, si cimentano ogni giorno con altre tre lingue straniere: capire che le lingue seguono strutture comuni avrebbe sicuramente aiutato non solo nell’apprendimento del latino, ma soprattutto nella comprensione  del funzionamento delle lingue moderne.

Così, a partire da settembre, ho iniziato ad applicare il metodo valenziale nella 1A del Liceo linguistico e, a partire da novembre, ho proposto un corso di approfondimento pomeridiano di 4 incontri, intitolato, provocatoriamente “La chimica del latino”. Sono sicuro che alcuni genitori che hanno frequentato un liceo e si sono trovati figli che parlavano di verbi monovalenti, bivalenti, trivalenti, disegnavano schemi grafici e individuavano elementi nucleari e circostanti si saranno interrogati sulla metodologia utilizzata da questo docente “eversivo”.  Allo stesso modo, chi ha letto la circolare di avvio del corso pomeridiano avrà storto il naso di fronte a una metodologia innovativa che, pur catalogata nelle “buone pratiche”, fatica a prendere piede nello stanco corpo docente italico.

Ma, per i profani, cosa vuol dire verbo “monovalente”, “bivalente” etc? Tesnière nel lontano 1959 definì la frase un «piccolo dramma» in cui l’attore principale è il verbo: una frase, infatti deve sempre avere un verbo per poter essere definita grammaticale; in caso contrario, in linguistica, si parla di “enunciato”, come ad esempio nell’espressione «Oggi gnocchi»! Il verbo è descritto da Tesnière come una sorta di «atomo dotato di uncini, che può esercitare la sua attrazione su un numero più o meno elevato di argomenti»; la valenza, infatti, è la capacità del verbo di attrarre a sé un numero determinato di argomenti ed è un termine tratto dalla chimica. Così “cammino” è monovalente, perché necessita solo di qualcuno che cammini (una valenza); “amare” è bivalente (ha due valenze), perché c’è bisogno di qualcuno che ami qualcun altro o qualcosa, un oggetto diretto comunque. Nel «dramma» che la frase porta in scena, agli argomenti della frase nucleare possono aggiungersi altri elementi, i circostanti, che specificano gli argomenti del nucleo, o le espansioni, che delineano le circostante temporali, spaziali, causali della frase.

Ne risulta che una frase, anche di una certa complessità, tanto in italiano, quanto in latino (e in Tedesco, inglese etc.) può essere rappresentata con ellissi concentriche di questo tipo; la schematizzazione grafica può aiutare lo studente per individuare le informazioni necessarie (previste dalla valenza del verbo) e quelle accessorie (che si pongono nelle fasce esterne).

Chimica frase italiana

Il metodo valenziale prevede quindi come centrale la sintassi e la costruzione frasale: una volta individuato il verbo e gli argomenti necessari (che andranno a costituire il nucleo), si dovrà capire quali circostanti si riferiscono agli argomenti e poi si dovranno delineare le espansioni, mobili e collocabili in diverse posizioni nella frase.

Quest’ultima prende vita e si trasforma in un dramma di cui, considerando i ruoli semantici, possiamo intuire già dal verbo la tipologia degli “attori”. Così, il verbo “camminare” presupporrà un soggetto animato, che dovrò ricercare nella frase latina in un nominativo che indichi un essere dotato di vita.

Questa metodologia consente finalmente di studiare le lingue  in modo scientifico e propone degli immediati vantaggi nel latino, lingua “grammaticale” per eccellenza, senza dimenticare la forma mentis che si acquisisce per il tedesco, che presenta anch’esso un sistema di casi e verbi con una determinata valenza.

Il metodo valenziale motiva anzitutto all’apprendimento di una disciplina, il latino, che attiva competenze trasversali tanto all’asse dei linguaggi, quanto a quello storico sociale e matematico. L’analisi della frase diventa un esercizio di problem solving, una volta individuato il verbo e le valenze che attiva nella frase.

Inoltre si consolidano la capacità traduttiva dal latino all’italiano e in generale le competenze grammaticali, motivando gli studenti in una disciplina sentita spesso come ostile e poco gratificante.

La frase latina, secondo il metodo tradizionale, è una stringa di termini declinati in diversi casi che lo studente percepisce slegati tra loro; il metodo valenziale invece prevede di familiarizzare con un’analisi della frase “previsionale”, una volta analizzata la valenza del verbo della principale. Infatti se nella frase è presente il verbo laudare, dovrò sicuramente ricercare nel testo un nominativo e un accusativo, dato che il verbo è bivalente e regge un oggetto diretto. In questo modo, si recuperare dei prerequisiti di grammatica italiana validi per l’apprendimento non solo del latino, ma anche delle lingue straniere, con particolare attenzione al tedesco. Lo studente, così, non “spegne” il cervello e consulta compulsivamente il dizionario alla ricerca della frase fatta, ma si interroga sulla costruzione della frase e sulle somiglianze con l’italiano.

Credo però che la scelta di adottare la grammatica valenziale sia dovuta alla specificitià dell’indirizzo linguistico e dal desiderio di far comprendere la presenza, in lingue antiche e moderne, delle medesime strutture di formazione di frasi più o meno complesse.

Espansione frase

Il metodo tradizionale, con la “tiritera” dei complementi e un insegnamento deduttivo («ti spiego la regola, cerca di applicarla ai testi»), risultava antieconomico e poco produttivo in un liceo linguistico, confinato nelle due ore settimanali: col metodo valenziale, una volta introdotta la struttura della frase, si possono aggiungere elementi come nella schematizzazione grafica che segue.

Se il metodo di grammatica tradizionale poteva essere valido ancora negli anni Novanta, ora il mutato contesto scolastico, con l’arrivo in classe dei millenials, di studenti per i quali l’italiano è L2 e con Bisogni Educativi Speciali, rende necessario il ripensamento del metodo grammaticale. Vanno introdotte nuove modalità di apprendimento che coinvolgano attivamente gli studenti, per far maturare le competenze; gli strumenti didattici non devono essere un “macigno” da portarsi dietro e da tenere memorizzato, ma «finalizzati agli aspetti essenziali, per far sì che l’alunno acquisisca un sistema di osservazione della lingua su cui sarà possibile innestare progressivamente conoscenze di tipo analitico».

Credo che la grammatica valenziale possa fornire agli studenti che frequenteranno le mie lezioni questa “cassetta degli attrezzi” leggera, maneggevole, di facile consultazione e spendibile in diverse discipline lungo il percorso liceale.

Prof. Zenoni

PS: a conclusione dell’articolo inserisco qualche considerazione degli alunni che stanno sperimentando il metodo…

Il metodo valenziale è un ottimo metodo per insegnare latino, perchè secondo me è molto efficace.  Non nego che talvolta ho qualche dubbio da chiarire, ma comunque se è studiato passo per passo non è molto difficile.  Sono felice di aver iniziato il latino perchè, anche se è una lingua morta, è una lingua molto interessante.

Secondo me il metodo valenziale è molto utile per gli studenti principianti per capire gli elementi della frase. E’ facile da capire e utilissimo. Inoltre aiuta a capire meglio molte cose come le declinazioni e le desinenze dei verbi ed allo stesso tempo ti introduce in una lingua nuova che all’inizio può sembrare difficile e far paura.

Secondo me il metodo valenziale applicato al latino è molto utile e comprensibile perché partendo dal verbo si possono capire tutti gli altri casi e declinazioni.

Secondo me il metodo valenziale è molto utile e veloce da comprendere, anche per i principianti come noi. ci vuole, però, come in tutte le discipline, lo studio costante per poterlo comprendere al meglio.

 

 

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