Dante in Valvendra

«La tua loquela ti fa manifesto  / di quella nobil patria natio / a la qual forse fui troppo molesto» (Inferno X 25-27): così, nel canto X dell’Inferno, il valoroso combattente ghibellino Farinata degli Uberti si rivolge a Dante che, con il maestro Virgilio, sta visitando le tombe degli eresiarchi. Loquela e nobil patria: due espressioni che sanciscono la continuità tra Dante e noi, Italiani del 2021, intenti a celebrare il Dantedì dei 700 anni, in una pandemia in cui spesso la nostra loquela è diventata lo strumento chiave per comunicare, dietro una mascherina, il senso di smarrimento, di angoscia e di incertezza vissuto da quella patria a cui Farinata fu molesto. Nel testo dantesco la patria è, ovviamente, Firenze, ma se Dante è, secondo una definizione ormai accertata, il “padre della lingua italiana”, possiamo a ragione considerarci eredi di quella tradizione fiorentina tramandata dalla Commedia e vederci come “fiorentini” del XXI secolo…

700 anni e non dimostrarli. Nel vortice degli eventi patrocinati da Università, Accademie e comuni tanto spazio è dedicato a insegnanti, cultori della materia o semplici appassionati che vogliono approfondire i versi del Sommo Poeta, le opere minori e scoprire lati nascosti dell’Autore per eccellenza della letteratura mondiale. I cantieri della dantistica sono in pieno fermento e, nei prossimi mesi, l’équipe dell’Università di Ferrara, coordinata dal Prof. Paolo Trovato, pubblicherà una nuova edizione critica della Commedia, che rivoluzionerà quella di Giorgio Petrocchi, ormai del 1975, su cui sono basate le edizioni scolastiche. Ma in tutto questo, appunto, quale ruolo per la scuola e per gli studenti?

Pensando alla necessità di mettere al centro le classi e di unirle, in questo momento di frammentazione didattica e di volatilità delle relazioni, ho deciso di aderire con entusiasmo al progetto dell’Associazione degli Italianisti, dal titolo Adotta un canto e portalo nella tua città… quando puoi, una maratona dantesca (qui il link) che prevedeva la creazione di un video su un canto della Commedia assegnato da una commissione preposta; l’iniziativa però non si esauriva qui: si richiedeva in modo esplicito di dedicare l’opera a un luogo significativo della propria città, nella prospettiva di disseminare i versi danteschi nel bel paese «dove ‘l sì suona». Il Convitto Nazionale è poi confinante con la Basilica di Santa Maria in Valvendra e dunque la scelta è stata semplice: dedicare il canto 29 dell’Inferno, degli alchimisti e dei falsari, al Chiesone, una delle basiliche più belle del Rinascimento lombardo e che ha da poco festeggiato (nell’infausto 2020) i 500 anni dalla sua costruzione.

Nel canto 29 il Sommo Poeta introduce la pena dei falsari con versi di straordinaria efficacia: i dannati sono prostrati a terra, deformi nei loro corpi così come, per contrappasso, in vita deformarono e falsificarono oggetti. Qui la descrizione del Dante petroso si fa cruda e quasi orrorifica, tanto da paragonare lo spettacolo offerto dalla bolgia alla peste scatenata da Giunone contro l’isola di Egina:

Non credo ch’a veder maggior tristizia 
fosse in Egina il popol tutto infermo, 
quando fu l’aere sì pien di malizia,                                 60

che li animali, infino al picciol vermo, 
cascaron tutti, e poi le genti antiche, 
secondo che i poeti hanno per fermo,            

(Inferno XXIX 58-83)

Uno spettacolo di malattia, di morte, straordinariamente vicino, ahimé, a quello a cui  il nostro tenace territorio, incuneato tra Bresciano e Bergamasco, sta ormai assistendo da oltre un anno. Le parole che sgorgano in questo canto, «spedali», «cascaron», «languir», «ammalati» sono le stesse che sentiamo quotidianamente al telegiornale o sulla rete, dove assistiamo alla conta giornaliera dei nuovi contagi di questa pandemia, novella peste di Egina.

Devo ammettere che il breve video che proponiamo, di soli 3 minuti, ha implicato un lavoro considerevole: la lettura approfondita e puntuale di un canto sicuramente non tra i più noti, la ricerca degli echi iconografici dell’opera, anch’essa resa difficoltosa dalla penuria sul web. Non da ultimo, le fotografie da scattare, in un oraziano carpe diem, nella Basilica di Santa Maria, con la classe al completo in tempi di Didattica a Distanza, di pandemia e di restrizioni agli spostamenti. Il montaggio del video, ovviamente, così come la registrazione delle terzine e il lavoro “di lima” sulle bozze che ha coinvolto tutti sono stati sicuramente ostacolati dalla distanza e dal fatto di dover sfruttare le poche ore “in diretta” per riuscire ad assemblare i contenuti creati singolarmente.

Credo però che lo sforzo sia stata ampiamente ripagato: poterci ri-appropriare di uno dei monumenti della tradizione letteraria italiana non ha prezzo, essere stati in grado di stabilire una continuità tra i primi commentatori di Dante e studenti del XXI secolo ci ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, che «Dante è l’italiano», una lingua che, quasi miracolosamente, è arrivata a noi ancora intatta e, fatta salva la necessità di un commento dei passi più ostici, dà a tutti la possibilità di leggere, commentare, interpretare.

Un’esperienza che ci ha virtualmente uniti e che ha mostrato come la scuola possa davvero essere, in alcuni casi, salvifica, come confermano alcune riflessioni a fine progetto, che si riportano.

Sicuramente questo progetto mi lascerà un bellissimo ricordo perché ritengo che aver fatto questo lavoro in un unico gruppo ci abbia in parte aiutati a ritrovare la voglia di studiare e di conoscere cose nuove anche in questo periodo di pandemia che stiamo vivendo. Inoltre, penso che questo progetto per il Dantedì sia stata un’innovativa e interessante proposta per approfondire lo studio di uno dei canti dell’Inferno. In questo modo, infatti, abbiamo dimostrato che si possono imparare cose nuove non solo studiando sui libri, ma anche svolgendo attività alternative.

il progetto sul canto 29 per il Dantedì in primis mi ha fatto realizzare come il modo di vivere la scuola sia cambiato: un metodo di lavoro totalmente a distanza non l’avremmo neanche lontanamente immagino un anno fa, nonostante la distanza abbia reso le cose sicuramente più difficili mi ha anche fatto realizzare come il mio gruppo classe sia stato in grado di portare a termine il lavoro con grande impegno e lavoro di squadra. questo progetto è stato all’insegna della cultura e dell’importanza dell’aiuto reciproco, è questo ciò che mi resterà da quest’esperienza.

Il progetto sul canto 29 per il Dantedì è stato sicuramente interessante e costruttivo. La realizzazione di questo video è stata un’idea creativa che ha coinvolto tutta la classe. L’analisi del canto nei minimi dettagli è stata d’aiuto per comprenderlo a fondo, rendendo così il lavoro immediato e semplice. Senza dubbio si è rivelata una bella esperienza, grazie alla quale sono riuscita a capire perfettamente il canto scelto, inoltre la visita alla Basilica di Santa Maria, che non avevo mai avuto la possibilità di visitare, è stata stimolante e completa. Decisamente un ottimo progetto.

Il progetto del 29esimo canto per il Dantedì è stato sicuramente uno dei lavori che più ha coinvolto ogni studente a 365 gradi e che ci ha dato la possibilità di capire appieno un testo, analizzandolo. Infatti ognuno di noi aveva un compito ben preciso e, grazie a ciò, penso che ci resterà un ricordo più intenso rispetto ad altri testi analizzati nel modo “tradizionale”. Mi è piaciuta molto la combinazione e diversità dei vari lavori, si passava dalla lettura, all’analisi del testo, selezione di versi per noi più importanti e significativi, all’editing e alla realizzazione di foto. Insomma, ogni campo e ambito ha permesso agli studenti di utilizzare le proprie capacità, doti o talenti per cooperare insieme in questo progetto molto originale.

Insomma, buona visione e buon Dantedì 700 anni a tutti!

Prof. Zenoni e la classe 3A Linguistico

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