La misoginia e il sessismo tra passato e presente

«Perchè non ti spolpe o ti rinchiude, sì ch’om non ti senta?» (Rustico Filippi, Dovunque vai con teco porti il cesso, seconda metà del XIII secolo): questa è solo una delle frasi, riferita alle donne, a dir poco raccapriccianti e fortemente misogine facenti parti del sonetto composto dal poeta duecentesco Rustico Filippi. A causa della crudezza delle parole e del modo diretto e sfrontato con cui vengono riprodotte, lascia il lettore veramente senza parole, facendolo riflettere sulla situazione in cui si trovavano le donne nel Medioevo, e lo porta a pensare se la condizione odierna sia effettivamente cambiata rispetto al passato. Questo è uno tra i tanti esempi di opere che circolavano in età medievale e che porranno le basi di una società fortemente patriarcale e androcentrica che si andrà ad affermare col tempo e che purtroppo riscontriamo ancora nella nostra comunità. Oggi infatti, ormai nel XXI secolo, si assiste ancora continuamente a insulti come quello citato, per non parlare delle violenze fisiche che le donne di tutto il mondo devono affrontare. Come molti giustamente sostengono, certe disparità e offese, non solo fisiche quanto più verbali, sono inaccettabili in una società tanto avanzata e sviluppata su certi fronti come la nostra ed è per questo che sempre più persone cercano di eliminarle, ma il processo sembra ancora essere molto lungo.

Prima di parlare di disparità tra generi bisogna fare e capire un’importante differenza tra due dei termini chiave che caratterizzano la situazione in cui si trovano le donne. Queste parole sono “misoginia” e “sessismo” che molti confondono, se non utilizzano come sinonimi. In realtà è bene ricordare che col termine “misoginia” si indica un atteggiamento di avversione o di repulsione per la donna che va attribuito tanto al genere maschile quanto a quello femminile. Con “sessismo”, invece, si intende la valutazione delle capacità intrinseche degli individui in base al sesso, provocando una discriminazione tra generi soprattutto tra quello maschile e femminile (cfr. Dizionario Treccani).

Purtroppo questi termini caratterizzano ancora la nostra società, in particolare la misoginia, di cui si possono leggere esempi anche sui social o in numerosi testi. Il concetto di misoginia non è però recente, ma, come si è potuto notare anche dal verso dell’autore Filippi, ha radici molto più antiche. Esempi misogini si possono ritrovare anche nella Bibbia, in particolare nella versione “subordinata” della Genesi in cui si afferma che la donna, siccome è stata creata da una costola dell’uomo, sia da questo dipendente e sottomessa. Prendendo la Bibbia e questa idea come esempio, in età medievale si svilupparono così più visioni della figura femminile, gran parte delle quali basate sul concetto di donna come colei che era assoggettata all’uomo, a cui doveva obbedire completamente. Non aveva diritti di parola e doveva vivere esclusivamente al servizio del marito e dei figli nella dimensione domestica. Successivamente, in età tardomedievale, quando si svilupparono le arti e l’importanza della cultura e della scienza si fece più presente nella società, la donna venne vista come colei che avrebbe privato l’uomo della conoscenza e dell’elevazione culturale. Ne è un famoso esempio la figura di Gemma Donati, moglie del poeta Dante Alighieri, che veniva vista come colei che aveva allontanato l’autore dalla filosofia. Per di più, partendo proprio da questa considerazione e con la diffusione di più stili poetici quali provenzale, siciliano e stilnovista, la donna cominciò a essere considerata non come essere concreto, quanto più come due personificazioni tra loro contrastanti. La donna poteva infatti essere Eva, ovvero peccatrice e tentatrice che portava l’uomo alla sciagura, oppure Maria: una donna pura, casta, quasi angelica e irraggiungibile. Le due visioni però riguardavano solo prostitute e mezzadre nel primo caso e suore e monache nel secondo. La donna comune, colei che non era rappresentata da nessuna delle due figure, era vista solo come strumento di procreazione.

Michelangelo, La creazione di Eva, 1511.

Se sono queste, dunque, le fonti su cui basarsi per le differenze tra generi, non è difficile capire per quale motivo lo stesso Professor Barbero, famosissimo storico, accademico e scrittore italiano, specializzato in storia del Medioevo e militare, ha scritto recentemente (con annesse polemiche) che le donne sono «poco predisposte a combattere per avanzare in carriera». Le donne vengono però percepite come insicure e poco propense a prendere posizione in ambito sociale o politico, a svolgere ruoli rilevanti, soprattutto in settori comunemente rivestiti da uomini, proprio perché le situazioni e gli stereotipi che le riguardano sono difficili da combattere. Questo aspetto si riconosce anche dal fatto che, in moltissimi ambiti lavorativi, le donne che svolgono particolari professioni vengono indicate con nomi maschili e non col corrispettivo termine femminile.

La problematica è oggetto di accese discussioni e di studi che hanno coinvolto linguisti come la nota Vera Gheno. L’insegnante di sociolinguistica all’Università di Firenze ha scritto il libro “Femminili singolari” in cui riporta proprio questa problematica, riflettendo sull’origine, il significato e il corretto utilizzo dei termini di professioni che, se utilizzati al femminile, fa notare, assumono un significato ben lontano da quello professionale, riferendosi infatti sempre a “prostituta”. Molte donne, per questo, preferiscono essere definite con termini maschili perché i corrispettivi femminili le fanno sentire a disagio e umiliate. La scrittrice spiega che eliminare alcune idee, stereotipi o abitudini ormai radicate in una società è davvero difficile, ma ci ricorda che una lingua non è sessista quanto lo è l’uso che se ne fa. Siamo dunque i primi a dover cercare di non associare alcuni pensieri a termini o definizioni e di ampliare la nostra visione del mondo, specialmente oggi che, nonostante le difficoltà, le donne stanno rivestendo ruoli mai svolti prima.

Vera Gheno, autrice di “Femminili singolari”

Per far notare problematiche come quella riportata è stata indetta a livello internazionale la giornata del 25 novembre. In questa ormai nota data si sensibilizza la popolazione riguardo ai continui abusi, violenze, insulti o anche solo discriminazioni che coinvolgono le donne di tutto il mondo. Le violenze che subiscono sono una vera e propria violazione dei diritti umani che allontanano da quello che dovrebbe essere un obiettivo comune: l’uguaglianza dei generi che potrebbe portare a una convivenza pacifica con la conseguente eliminazione di stereotipi e soprusi. È stato infatti dimostrato che le donne che hanno subìto, nel corso della loro vita, violenze fisiche e maltrattamenti, rispetto alle altre donne, hanno il doppio delle possibilità di soffrire di depressione che porterebbe a tentativi di suicidio, malattie virali, alcolismo o problemi mentali.

È possibile ridurre una donna a tanta sofferenza solo per sentirsi superiori? È giusto permettere queste ingiustizie e non fare nulla per eliminarle? Sono queste le domande che le donne di tutto il mondo si stanno ponendo da tempo e le motivazioni che hanno portato a riconoscere a livello globale una giornata di sensibilizzazione sulla tematica. Anche se oggi anche molti uomini sembrano essere più consci della grave situazione, queste domande sembrano non aver trovato ancora una risposta sicura e accolta all’unanimità.

Personalmente mi sento molto vicina alla problematica, non perché l’abbia vissuta di persona o abbia assistito a particolari episodi di sessismo, ma credo che ogni donna si debba sentire profondamente offesa a leggere o ascoltare certi avvenimenti. Sono sempre molto felice e speranzosa di vedere come oggi ci si stia impegnando per eliminare questo tipo di ingiustizie, attraverso manifestazioni e atti di sensibilizzazione che a volte coinvolgono anche i più piccoli. I testi, gli articoli, gli spettacoli, i film incentrati su questo tema sono numerosissimi.

Alcuni degli articoli che apprezzo maggiormente sono quelli riportati nel quotidiano “IO Donna”. In questo si possono leggere vere e proprie testimonianze riportate dalle donne, ma anche progetti e associazioni nate per dare voce a tutte quelle ragazze a cui è stata proibita la possibilità di esprimersi. Tra le serie televisive, mi è recentemente capitato di guardare lo speciale “Petra”.

Paola Cortellesi nella serie Petra (immagine reperibile all’url https://www.iodonna.it/spettacoli/tv/2020/09/15/maria-sole-tognazzi-regia-serie-tv-crime-petra-sky-paola-cortellesi/)

Quattro episodi diretti da Maria Sole Tognazzi  e con la partecipazione dell’attrice Paola Cortellesi, nel ruolo di ispettrice, in cui si ripropongono alcuni dei crimini più misteriosi della storia italiana. La prima di queste puntate era proprio dedicata agli stupri compiuti da un violentatore seriale nella città di Genova: è stato molto interessante seguire le ricerche della polizia e soprattutto ascoltare le testimonianze delle ragazze violentate che si sentivano oggetti siccome, come riporta un’attrice della miniserie, «colui che aveva commesso l’atto era arrivato e aveva fatto ciò che doveva fare, per poi andarsene senza dire una parola». In tutti gli episodi, inoltre, è curioso prestare attenzione alle reazioni degli attori, soprattutto uomini, una volta che vengono a sapere che l’ispettrice capo, tra le altre cose sempre definita “ispettore” al maschile, sia effettivamente una donna. Questi sono solo alcuni esempi dei numerosissimi programmi televisivi che rendono pubblica la situazione odierna e che forse ci possono far capire come sia ancora critica la situazione.

Per concludere, vorrei incoraggiare la gente a non accontentarsi, a cercare sempre di migliorare e di far notare certe ingiustizie. Nel nostro piccolo, infatti, anche per risolvere questo problema, ognuno deve fare il proprio dovere. Le donne stesse dovrebbero, a mio parere, denunciare questi abusi, far sentire la propria voce e aiutarsi l’un l’altra senza voltarsi le spalle o essere le prime ad alimentare stereotipi sbagliati e spesso fortemente offensivi. In certi casi, infatti, come  anche affermato dalla  linguista Vera Gheno, siamo i primi a essere responsabili della nascita di certe convenzioni e a rendere sessista anche una lingua. Solo così si può arrivare a una vera e propria uguaglianza e a una convivenza pacifica.

Clizia Fontana

3B Liceo Linguistico

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